Mentre scrivo sono al mare.
È un momento che aspetto sempre con una certa emozione, perché da qualche anno io e mio marito ci ritagliamo questi giorni di pausa insieme a nostra figlia, che ormai vive all’estero.
Per qualche giorno torniamo ad abitare una quotidianità condivisa: le colazioni lente, le passeggiate serali, le risate complici, quella familiarità semplice che durante l’anno si diluisce nella distanza che ci separa.
Quest’anno, per una serie di motivi, abbiamo deciso di cambiare il solito appartamento.
E l’inizio non è stato esattamente quello che avevo immaginato.
La casa non ci piaceva. O forse, più precisamente, non riuscivamo a sentirla nostra. Gli spazi erano diversi, meno comodi, meno familiari. I nostri cagnolini, Kiko e Lola, sembravano decisi ad abbaiare a tutto il vicinato. Ogni cosa richiedeva un piccolo adattamento, e quella che avevo immaginato come una pausa leggera ha cominciato a sembrarmi subito faticosa.
Eppure, mentre i giorni trascorrevano, qualcosa ha iniziato lentamente ad assestarsi.
Gli spazi sono rimasti gli stessi. Non sono diventati improvvisamente più belli o più comodi. Ma noi abbiamo cominciato a orientarci: a capire dove appoggiare le cose, quali ritmi seguire, come muoverci dentro una casa che all’inizio sembrava respingerci. Kiko e Lola hanno trovato i loro angoli preferiti in cui riposare.
Non è cambiata la casa.
È cambiato il nostro modo di abitarla.
Mi sono accorta allora di quanto, a volte, arriviamo in un luogo — o in una fase di vita, in una relazione, in un’esperienza — con il bisogno che ci accolga subito.
Vorremmo sentire immediatamente: qui posso rilassarmi, qui posso appoggiarmi, qui sono al sicuro.
E quando questo non accade, qualcosa dentro di noi si contrae.
Possiamo pensare di aver sbagliato posto, scelta, momento. Possiamo leggere il disagio iniziale come una risposta definitiva.
Ma non sempre il fatto di non sentirci subito a casa significa che non potremo trovare un modo per abitarla.
A volte abbiamo solo bisogno di tempo.
Tempo per orientarci, per trovare un angolo che ci somigli, un ritmo possibile, una piccola abitudine. Tempo perché il corpo smetta di difendersi da ciò che non conosce ancora.
Questa Luna Nuova in Cancro mi sembra parlare anche di questo.
Non solo del bisogno di casa, protezione e appartenenza, ma del modo in cui reagiamo quando ciò che avevamo immaginato come rifugio non ci accoglie subito nella forma che avevamo sperato.
E allora invece di chiederci: Come faccio a trovare il luogo perfetto in cui stare bene?
Forse la domanda è:
Di cosa ho bisogno, qui, dentro questa realtà imperfetta, per cominciare a sentirmi un po’ più accolta?
Perché a volte la cura non comincia quando tutto diventa finalmente comodo, giusto, familiare.
A volte comincia quando smettiamo di aspettare il nido perfetto e proviamo a riconoscere quale piccolo riparo è già possibile, adesso.
Ciao, sono Lara.
Uso astrologia e tarocchi come strumenti di orientamento: non per prevedere cosa accadrà, ma per aiutarti a leggere con più lucidità ciò che stai vivendo.
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