IL MITO DI KIRONE

Kirone era un centauro, metà uomo e metà cavallo, che si distingueva dai suoi simili perché non era violento e ignorante come loro ma generoso, saggio e conoscitore della scienza, in particolare quella medica e grazie alle sue conoscenze portava cura e sollievo ai centauri feriti.

Sfortunatamente, un giorno in cui infuriava una battaglia, il suo amico Eracle scaglio una freccia indirizzata ad un nemico che trafisse involontariamente il ginocchio di Kirone, ferendolo gravemente.
La ferita gli causava indicibili sofferenze a cui non poteva sottrarsi perché era immortale.

Esausto e incapace di tollerare ulteriormente quel dolore senza fine, rinunciò alla sua condizione immortale, scambiandola con Prometeo, che Zeus aveva degradato al rango di mortale. Zeus però, che aveva molto caro il centauro, decise di tenerlo accanto a sé nel cielo tramutandolo nella costellazione di Centauro.

Per analogia, Kirone nel tema, rappresenta la ferita che la società, gli altri, e più in generale, la vita, ci infligge anche inconsapevolmente; ferita da cui non si può guarire perché ciò che ci ha fatto soffrire non può essere cancellato o rimosso.

Se viene vissuta in modo inconsapevole può portare a reazioni istintuali proprio perché, come animali feriti, ci difendiamo se siamo “toccati” dove fa più male. Se invece viene resa consapevole può essere rielaborata e favorire un processo di revisione e accettazione che implica necessariamente il riconoscimento dell’ imperfezione della condizione umana, insita nei nostri limiti, nella nostra fragilità e quindi nella mortalità.
Kirone ci ricorda che purtroppo ci possiamo ferire a vicenda, anche senza volerlo e che solo elevandoci al di sopra del nostro dolore possiamo riconciliarci con la vita.

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